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Capitolo 1

La storia di Giovanni e della sua famiglia.
Schio, Italia, 15 ottobre 2013 D.C. h 09.00

Giovanni Maltini passeggiava lungo il fiume, a Schio , la cittadina dell’Italia settentrionale dove viveva con la famiglia. Famiglia, si fa per dire: i suoi genitori erano morti da poco meno di un anno in un terribile incidente stradale, causato presumibilmente da un colpo di sonno di Arturo, suo padre, che era finito con la macchina in un fossato in Trentino, poco più a nord di Schio. Nella macchina c’erano anche sua madre (e moglie di Arturo) Enrica, e Sarah, la sua sorellastra, che Enrica aveva avuto dal marito precedente, un inglese. Arturo ed Enrica erano morti sul colpo; Sarah invece era rimasta illesa. Sedeva dietro e non aveva subito danni, se non uno shock molto forte ed uno stato di incoscienza per cui non ricordava assolutamente nulla dell’incidente.
Così Giovanni si era trovato a vivere da solo in una grande casa in periferia, e l’unica compagnia era una cagnolina che i genitori avevano preso circa un anno prima di morire.
Giovanni era molto attaccato a Cookie, la cagnolina presa in Germania da un allevamento di cani di razza, e in verità intrattenerla e portarla a passeggio era praticamente la sua unica attività. Pur avendo ormai passato i trent’anni di età, non era mai riuscito ad inserirsi nel mondo del lavoro. Non perché non ne fosse capace, o non ne avesse voglia, ma perché era sempre molto distratto, con la mente in posti lontani dal lavoro e da qualsiasi altra attività stesse intraprendendo. Vari datori di lavoro, amici e conoscenti della famiglia, avevano provato a parlargli, ad aiutarlo, ma alla fine si erano rassegnati, loro malgrado, a licenziarlo. Altri invece, non legati ai Maltini da vincoli di amicizia o di parentela, lo avevano licenziato in malo modo, dandogli del fannullone e del parassita. Tutto falso: Giovanni non era né un fannullone né tantomeno un parassita. Era semplicemente... così, distratto, amava la natura che lo circondava, osservava stupito le stelle, chiedendosi perché gli uomini si accanissero così tanto nelle loro piccole attività, di fronte a uno spettacolo così immenso e maestoso. Tutti, secondo lui, si sarebbero dovuti fermare, avrebbero dovuto alzare gli occhi al cielo e chiedersi cosa valesse di più di quello spettacolo posto davanti a loro. Se avessero fatto questo, Giovanni era convinto che il mondo sarebbe stato migliore e non ci sarebbero state molte ingiustizie.
Aveva pochi amici, perché la maggior parte dei suoi conoscenti lo guardava con commiserazione: “Povero bambino... povero ragazzo... poveraccio, è così... disadattato... secondo me è matto!”
In pratica aveva solo due amici: Michele, un adolescente hacker informatico, che viveva di caffè e computer, computer e caffè. Conosceva tutti i giochi, programmi e linguaggi informatici. Se ne infischiava della scuola, dove non andava quasi mai. Entrava nel programma dei docenti, lo hackerava, si modificava voti e presenze e riusciva a cancellare tutte le tracce delle sue intrusioni, cosicché erano tutti contenti anche se, a causa di malattie importanti e ben ‘certificate’ da documentazione medica ineccepibile, a scuola non c’era quasi mai. Stavano bene insieme, Giovanni e Michele: alternando tramezzini e caffè, Michele gli spiegava tutti i trucchi e le astuzie messe a punto per hackerare chissà quale rete informatica, e Giovanni lo guardava stupito, senza capire una sola parola di quello che l’amico gli diceva, ma contento di stare ad ascoltare il suono delle sue parole velocissime ed entusiastiche.
L’altra (l’ultima) amicizia di Giovanni era Franca, una veterinaria socia della Clinica Grifonevet di Schio, che si prendeva cura di Cookie. Pur essendo distratto e un po’... ‘assente’ (anche se assolutamente non beveva né tantomeno si drogava), Giovanni era preciso come un orologio svizzero quando si trattava di aver cura di Cookie. La portava regolarmente da Franca per le vaccinazioni, richiami, contro richiami. Qualsiasi dubbio su eventuali parassiti intestinali veniva subito sventato, o confermato da Franca, che puntualmente riceveva un campione di feci da analizzare. Controlli a orecchie, occhi, mucose, temperatura erano regolari e quasi eccessivi.
Franca però, che amava gli animali e si prendeva cura di loro giorno e notte (reperibilità della clinica garantita 24 ore), trovava simpatico questo giovane uomo, e lo ascoltava estasiata quando lui le spiegava che cosa aveva visto quel giorno negli occhi di Cookie. Per Franca le parole di Giovanni erano poesia pura, amore tradotto in sillabe e suoni, e non riusciva a capire perché tutti lo considerassero pazzo – forse i pazzi erano loro.
E poi c’era Cookie! Da quando Arturo l’aveva portata a casa da un viaggio in Germania a Düsseldorf, per Giovanni era cambiata la vita, in meglio. Aveva trovato qualcosa di interessante da fare: prendersi cura di Cookie, portarla a passeggio, pettinarla, coccolarla. I genitori di Giovanni lo guardavano con tristezza, pensando che forse avevano sbagliato qualcosa con quel loro figlio ‘strano’. Un uomo di più di trent’anni, ancora a casa senza lavorare, senza una fidanzata o amica, guardato con commiserazione da quasi tutti. Enrica però lo amava tanto, e dentro di sé, a volte con malcelata serenità, era contenta che fosse ancora a casa con loro. Spesso lo stringeva a sé baciandolo sulla fronte, come un bambino.
Cookie aveva riempito il cuore di Giovanni, ed Enrica lo aveva capito ed era enormemente grata a questa cagnolina. Oltre a quelle di Giovanni, Cookie riceveva le attenzioni di Enrica, alla quale spesso ‘accidentalmente’ cadeva una bistecca dal tavolo della cucina, o qualche polpetta. “Che distratta!”, brontolava Enrica. “Accidenti, quella cagnolina è troppo svelta!”. Arturo sorrideva dentro di sé, pensando che, tutto sommato, la sua era una famiglia felice, e che lui era un uomo fortunato. Fino a quel maledetto giorno: un colpo di sonno aveva cambiato tutto.
Ora Giovanni era solo con Cookie. Sarah Howden, la sua sorellastra, lo veniva a trovare con il marito Giacomo, un ingegnere informatico di successo. Sarah però, pur essendo legata a Giovanni e avendo vissuto in famiglia dalla nascita di Giovanni, cinque anni più giovane di lei, si sentiva un po’ a disagio con lui. Da sempre lui era il figlio di Enrica e di Arturo, mentre lei si sentiva un po’ meno nella famiglia. Suo padre, Frank Howden, era morto in circostanze misteriose, e un anno dopo la sua morte sua mamma si era risposata con Arturo, un amico d’infanzia. Lei non si sentiva completamente inserita, e serbava nel cuore una forma di inconscia invidia nei confronti di Giovanni che aveva conosciuto bene suo padre.
Non riusciva a ricordare l’incidente, quel viaggio in Trentino per raggiungere Giacomo, già sulle piste di sci di Canazei, e invece finito in un fossato della Val di Cembra. “È meglio così, che non ricordo nulla”, pensava lei, anche se nel profondo del cuore quella lacuna le faceva pesare maggiormente il vuoto lasciato dalla perdita della madre e di Arturo.
Così Sarah visitava poco Giovanni, presa dalla sua vita e da quella di Giacomo, con il quale girava il mondo, seguendolo nelle varie conferenze e congressi ai quali lui partecipava quale esperto informatico e programmatore.
Giovanni, senza lavoro e praticamente senza famiglia, riusciva a campare, ancora per un po’, con i soldi avuti in eredità dai genitori. Grandi spese non ne aveva, la casa era pagata, la macchina anche, e Franca la veterinaria lo aiutava con tariffe agevolate e visite spesso gratuite, sotto lo sguardo severo della collega e socia Sonia.
Quel giorno Giovanni passeggiava lungo il torrente Leogra. Questo era uno dei posti preferiti da Cookie, perché oltre ad essere un posto pieno di cose da vedere e da annusare, c’era l’acqua e poi c’era un posto dove lei veniva liberata dal guinzaglio e sotto gli occhi attenti di Giovanni poteva correre liberamente.
Mentre Cookie era indaffarata a scoprire qualcosa di nuovo in questo posto già ben conosciuto, Giovanni pensava alle sue miserie, al vuoto lasciato recentemente dai suoi genitori, e al forte mal di testa che lo stava perseguitando ormai da un paio di giorni. Non aveva mai sofferto di mal di testa, emicrania o cose simili. Aveva provato a prendere degli analgesici, che però avevano avuto il solo effetto di causargli dei bruciori di stomaco. Il primo giorno aveva sperato che, andando a dormire la sera, la mattina si sarebbe svegliato senza più male e riposato come sempre. Anche Cookie aveva capito che qualcosa non andava, e invece di dormire in fondo al lettone nel suo solito angolo continuava a leccargli la faccia e il collo.
Il giorno dopo era peggio. Un male martellante, accompagnato da un ronzio nella testa. Mentre era con Cookie vicino al fiume, gli venne un’idea. “Metto la testa nell’acqua del fiume, la tengo giù dieci secondi, e quando la rialzo è tutto passato!” “Sì, bravo scemo!”, ripensò Giovanni, “così oltre al mal di testa ti becchi anche un bell’avvelenamento dall’acqua inquinata del fiume”. Purtroppo Giovanni aveva ragione: nonostante la bellezza del paesaggio intorno a lui, l’acqua dei torrenti e dei fiumi, anche se all’apparenza limpida, era notevolmente inquinata, e non era il caso di rischiare un avvelenamento o una dermatite. Anche Cookie, pur non pensando alle industrie di Schio e alla porcheria che riversavano nei fiumi, si guardava bene dal bere quell’acqua. Sapeva che Giovanni portava sempre una ciotola con acqua fresca, anche quando passeggiavano lungo il fiume, e lui le aveva insegnato molto bene che la parola “NO!” significava l’interruzione immediata di qualsiasi azione Cookie stesse svolgendo.
“Niente”, pensò Giovanni, “mi tocca ad andare dal dottore, che mi prescriverà delle medicine... altre spese.” Giovanni non si era mai preoccupato di soldi e di spese. Arturo era un professionista affermato, un commercialista molto apprezzato in tutto l’Alto Vicentino, e non aveva mai fatto mancare nulla alla famiglia, né dal punto di vista affettivo né tantomeno da quello economico. Ora però Arturo non c’era più, e i risparmi lasciati da lui e da sua moglie piano piano si stavano esaurendo. Questo preoccupava Giovanni, soprattutto per la sua cagnolina. Come avrebbe fatto, senza soldi, a procurarle le migliori crocchette sul mercato, i frisbee sempre nuovi (di cui Cookie andava pazza) e tutte le spese veterinarie, anche se ridotte dalla generosità di Franca?
Comunque non c’era altra soluzione: “Dovrò andare dal dottor Marchetti e spiegargli come mi sento: male, un ronzio, è come se sentissi delle frasi, delle parole incomprensibili. Andiamo, Cooks (Giovanni chiamava Cookie con molti altri nomignoli, che variavano continuamente), si torna a casa!”
Non appena furono entrati in salotto, Giovanni prese un osso di cuoio fino, i prediletti di Cookie, e glielo porse con un sorriso. Cookie era contenta, istintivamente, ma allo stesso tempo sapeva che questa mossa voleva dire: “Stai qui buona per un po’, perché Giovanni deve uscire da solo!”. Comunque non c’era scelta. Era Giovanni il capo branco, e decideva lui.
Si mise in macchina e si diresse verso Thiene , la cittadina vicina, dove il suo medico di base aveva l’ambulatorio.
“Ha l’appuntamento?”, gli chiese annoiata la segretaria del dottor Marchetti alla reception.
“No, ma ho un forte mal di testa, e ho bisogno del dottore”, ribadì Giovanni con tristezza.
“Sì, sì, dicono tutti così: sembra una parola d’ordine. Beh, si metta lì, che fra un po’ il dottore la visita.”
Mentre la segretaria pronunciava quelle parole, Giovanni si rese conto di colpo che non aveva più male. Andato, finito, nemmeno una leggera sensazione di pesantezza. Gli venivano in mente i film e i documentari sui tornado americani: una forza possente della natura, distruttrice, che fa volare case, camion, macchine e persone, e che di colpo svanisce, lasciando un cielo sereno e un gruppo di superstiti stupefatti e felici di essere vivi.
“Giovanni, come va?”, chiese il dottore appena uscito dall’ambulatorio.
“Beh, dottore, ero venuto da lei di corsa, perché erano due giorni che avevo un mal di testa pungente, e non volevo disturbarla, ma non ce la facevo più...”
“Dove esattamente le fa male?”, chiese il dottore.
“Non mi fa più male, ora, ma sentivo un ronzio e un dolore frontale, martellante.”
“E le è passato, così...”
“Sì, dottore, di colpo, mentre parlavo con la sua segretaria.”
“Beh, senta, Giovanni”, disse con pazienza il dottore, “le lascio il mio numero di telefono cellulare, se non ce l’ha già. Mi chiami, le dovesse tornare il mal di testa, nel frattempo cerchi di rilassarsi”. Il dottore sapeva bene della tragedia dei genitori di Giovanni, e pensò che una temporanea cefalea potesse essere dovuta a momenti di depressione e di tristezza.
Giovanni tornò in macchina quasi saltellando dalla gioia: si era liberato del mal di testa, e non aveva neanche acquistato alcuna medicina: doppio bingo!
“Torno subito da Cookie e la faccio correre un po’ con il frisbee!”, pensò mentre tornava verso Schio.
Cookie adorava il frisbee. Le piaceva corrergli dietro, prenderlo al volo e riportarlo a chi lo tirava, ancora, e ancora... e ancora fino allo sfinimento. Le gare non  interessavano né a Cookie né a Giovanni. Quelle interessavano agli uomini, addestravano gli animali non per farli divertire, ma per divertire loro stessi. “È possibile che l’uomo sia così egocentrico?”, pensava Giovanni mentre guidava tornando a casa. “Tutto deve esistere intorno a lui! Siamo su di uno sputo di pianeta, in uno sputo di sistema solare in uno sputo di galassia, e ci sono circa cento miliardi di galassie nell’universo conosciuto, e tutto dovrebbe ruotare intorno all’uomo! Che idiozia! Basta guardare le stelle per capire quanto siamo piccoli! Per il Creatore siamo la pulce di una pulce, e noi ci sentiamo importanti quanto Lui , a volte più di Lui!”
Appena aperta la porta di casa, Cookie gli corse incontro guaendo dalla gioa e con affanno, come se fosse passato un mese dall’ultima volta che lo aveva visto, invece che una sola ora!
Cookie, dopo le coccole e i saluti, fissava Giovanni in un modo strano, come volesse qualcosa da lui, e subito Giovanni non capì. Poi, per aiutarlo a capire, la cagnolina si mise a saltare davanti all’armadio che conteneva i frisbee. Come faceva a sapere che Giovanni voleva giocare a frisbee? Erano due mesi che, a causa del brutto tempo, non giocavano nel giardino, ormai ridotto ad un acquitrino. Era una bella giornata, e Giovanni aveva istintivamente pensato al frisbee, ma in realtà era meglio lasciar perdere, viste le condizioni ancora pessime del giardino. Come faceva a sapere? “Boh, ne avrà avuto voglia istintivamente, come è venuta voglia a me”, pensò Giovanni mentre metteva la giacca sull’attaccapanni.
“Oh no! Ecco il mal di testa!”, disse Giovanni ad alta voce. “No, di nuovo!”
Cookie si era messa accanto a lui, gli leccava la faccia e lo guardava intensamente. Cookie e Giovanni spesso si guardavano intensamente negli occhi. Giovanni provava, guardando nel profondo degli occhi di un animale, le stesse sensazioni che provava guardando le stelle. Vedeva nei suoi occhi un mondo sconosciuto, immenso, pieno di verità e di realtà così importanti ma allo stesso tempo così distanti dal mondo intorno a lui.
Cookie continuava a fissarlo e lui dovette distogliere lo sguardo. Prese mano al telefono cellulare, sul quale aveva memorizzato il numero di Marchetti, e provò a chiamarlo. “Risponde la segreteria telefonica del numero...”
“Uffa!”, borbottò Giovanni, chiuse il telefono e gli occhi. Li riaprì subito! Aveva visto un’immagine, come un sogno, difficile da memorizzare e focalizzare, ma c’era! Cookie lo stava fissando, completamente immobile, così tanto da intimorirlo: non l’aveva mai vista così; sembrava una statua di cera, quelle di madame Tussauds, che aveva visto a Londra in vacanza con i genitori. L’orologio digitale sulla parete segnava le ore 12.30.15. E non avanzava. Il panico non gli permetteva di aprire bocca, gridare, chiamare aiuto, nulla. D’istinto chiuse gli occhi e li riaprì. Ora Cookie non era così immobile, pur ferma, e l’orologio indicava le 12.30.20,21,22,23…
“Non mi sento bene”, pensò subito Giovanni, rassicurando se stesso, “probabilmente è tutta colpa di una forma influenzale... mal di testa, traveggole, spossatezza, magari ho anche la febbre... vai Cook, mi hai fatto paura!”
Cookie gli leccava il naso.
“Eri ferma come se fossi imbalsamata. Cosa può fare un po' di febbre! Ora me la misuro, mi faccio una bella tisana e mi metto davanti al computer: vediamo un po’ cosa c’è su internet. Chissà che non mi aiuti a far passare il mal di testa!”, disse ad alta voce.
Giovanni non era un navigatore assiduo, e aveva un certo timore reverenziale verso le nuove tecnologie. Gli piaceva però visitare siti che parlavano di natura, fantascienza, animali, e recentemente, anche a causa dei pochi contatti che aveva con le persone, si recava spesso su siti per incontrare persone ‘virtuali’, senza alcuno scopo in particolare, ma solo per chattare un po’, ascoltare un po’ di musica in compagnia e divertirsi. Il programma che usava spesso per questi scopi era ‘Second Life’ : un mondo virtuale, una piattaforma di chat  sulla quale, con un account e un avatar, poteva girare, chiacchierare e fare amicizie, senza dover spiegare tante cose e doversi esporre personalmente. Era un modo per passare il tempo e non sentirsi solo, e comunque non creava legami impegnativi o duraturi.
Il solito login, la solita attesa di qualche secondo, ed eccolo nel suo mondo virtuale: un paio di amici online, un americano e una olandese (Giovanni parlava inglese come un madrelingua, perché sua mamma parlava sempre inglese a Sarah, e quindi anche lui era cresciuto in un ambiente anglofono, oltre che di lingua italiana). Gli piacevano la musica folk tirolese e la musica country, e quindi si diresse subito con il teletrasporto al suo ambiente country preferito: lì trovava sempre qualcuno con cui chiacchierare ed ascoltare un po’ di musica.
IM – “Ciao!”
“Ciao”, rispose in IM Giovanni, la solita trafila dei saluti privati in Instant Message. “Chi sei?”. Non riconosceva questo utente, non era nella sua lista di amici, e non lo aveva mai visto.
“S... sto imparando tua lingua...”, disse l’avatar in uno stentato italiano.
“Ah, uno straniero”, pensò. “Beh, possiamo parlare inglese se vuoi... conosci l’inglese? Oppure possiamo usare il traduttore inglobato nel programma.”
Silenzio totale... sparito... ”Boh... il solito ‘noob’ (principiante)... sparisse anche il mio mal di testa così velocemente! Omicron... che strano nome... Omicron QK... eppure questo nome mi dice qualcosa... dove l’ho già sentito? Mando un messaggio IM e una richiesta di amicizia, così forse me lo farò spiegare la prossima volta, ma... non è andato via... è ancora online... perché non si fa vivo? È chiaramente nuovo su Second Life, e non ha bene idea di come ci si comporti su questo mondo virtuale. Profilo… niente??? Nessuna data?? Ma che razza di …”
“Ehi Omicron! Ci sei?”, scrisse Giovanni.
“Pronto...”, rispose Omicron.
“Pronto??? Ma non si dice ‘pronto’: mica siamo al telefono! Comunque, ciao Omicron – si dice ‘ciao’”.
“Ah, grazie, Lonnard (era il nome di Giovanni su Second Life), è un poco che sto cerca di comunicare contigo... scusa... con te.”
“Ah veramente? Non ho visto messaggi IM rivolti a me da avatar non conosciuti”, rispose Giovanni.
“Veramente”, ribadì Omicron, “ho tentato varie strade e sono riuscita ad intrufolarmi in questo sistema informativo... no, informatico. Ho cercato il contatto diretto, ma non ci sono riuscita.”
Giovanni guardava il monitor del suo computer, cercando di leggere fra le righe qualche messaggio nascosto fra queste strane affermazioni di questo avatar straniero. Ovviamente non era italiano, e altrettanto ovviamente non era pratico di Second Life. Una faccenda interessante, e dopotutto gli stava passando il mal di testa. “Cosa intendi dire che ‘hai tentato varie strade e sei riuscita ad intrufolarti?’ Spiega per favore.”
“Lonnard, Giovanni...”
Giovanni fece un salto sulla sedia, e di colpo staccò il cavo di alimentazione del computer. “Nessuno conosce il mio nome di battesimo su Second Life! Come è possibile... uno scherzo di qualcuno che conosce il mio avatar... MICHELE!!!”. Tirò un sospiro di sollievo, credendo di aver capito l’inghippo. “Michele, quel burlone e genio informatico, mi sta prendendo in giro, sta facendo finta di essere un novellino di Second Life. Chissà come ride... ora lo sistemo io. Cookie, per favore smetti di abbaiare! Mi sta tornando il mal di testa... uffa... dai, Cookie!!”
Cookie scodinzolava ed abbaiava, ma Giovanni l’aveva appena portata fuori, quindi non ci fece molto caso. Riaccese il computer e con pazienza – dovuta, in quanto aveva staccato la spina spegnendo il pc come non bisognerebbe mai fare – attese che il sistema ripartisse, e quindi si ricollegò immediatamente a Second Life. Utente, password, invio... rieccolo!
“Ciao Lonnard, sei tornato... per fortuna!”, scrisse Omicron.
“Sì, sono tornato, perché vedi, io sono a casa, dove dovrei essere, mentre chi dovrebbe andare a scuola, con una scusa o un’altra non ci va mai!”, scrisse Giovanni sghignazzando maliziosamente.
“Non capisco”, rispose Omicron. “Scuola? Cos’è?”
“Dai Mickey, lo so che sei tu!”, scrisse Giovanni e prese il telefono... fece il numero di Michele... ”Suona...”
“Pronto”, bisbigliò Michele. “Cosa c’è?”
“C’è che mi volevi fare uno scherzo su Second Life, ma non ci sono cascato”, rise Giovanni.
“Che scherzo?”, disse Michele. “Guarda che sono a scuola, non posso parlare, se mi vedono il cellulare me lo sequestrano!”
“A scuola, e da quando in qua vai a scuola? Sei sempre a casa!”, chiese stupito Giovanni.
“No, accidenti, oggi sono a scuola perché fra un’ora partiamo per la gita a Rimini, al Museo del Calcolo e dell’Informatica, mica posso perdere questa gita!”
“Ah!”, disse Giovanni. Era stato preso in contropiede. Chiaramente non poteva essere Michele; beh, forse sì, perché chat e messaggi Second Life si possono anche mandare e ricevere da uno smartphone. Però, in classe e con l’idea di partire per la gita, non era molto verosimile.
Nel frattempo Omicron continuava a scrivere: “Lonnard, rispondi Lonnard, dai! Perché non rispondi?”
Giovanni preoccupato e sorpreso si rimise al pc. “Ciao Omicron: ascolta, come fai a conoscere il mio nome vero? Chi sei? Ci conosciamo in Real Life?”
“Lonnard, certo che ci conosciamo, però rilassati, ti vedo teso e preoccupato!”
“Mi vedi? Come mi vedi? Parli a malapena italiano e già leggi fra le righe?”, scrisse Giovanni, teso e preoccupato.
“No, ti vedo e basta”, rispose Omicron.
Giovanni si guardò in giro, girando la testa lentamente, cercando di capire se c’era qualche webcam o cose simili in giro per la stanza, poi prese un pezzo di nastro adesivo nero, e coprì la webcam del computer. “Ora ti sistemo io”, pensò, “formatto il pc e cancello tutto il malware che potrebbe essere stato installato”. Poi, vistosamente si grattò la testa e scrisse: “Cosa sto facendo, Omicron? Se veramente mi vedi dovresti saperlo.”
“Ti stai grattando la testa in modo buffo!”, rispose Omicron.
“È vero”, disse Giovanni quasi piangendo. “Chi sei? Ti prego, dimmelo!”
“Guarda”, rispose Omicron, “ora la tua cagnolina Cookie farà un giro intorno al tavolo, poi si metterà seduta vicino a te; al mio tre: uno, due, tre!”
Passarono pochi secondi, e quindi Cookie si alzò, fece un giro scodinzolando intorno al tavolo e poi si sedette vicino a Giovanni, scodinzolando e fissandolo negli occhi.





Capitolo 2

Habaneria, parte orientale dell’isola di Cuba - ca. 45.000 A.C.

Omicron stava passeggiando lungo la spiaggia, preoccupata per la situazione in cui era cascata, suo malgrado. La sua carriera, i suoi successi, i trattati con i Vediani e gli Iberiani, i riconoscimenti della Regina Alari, e l’approvazione del Supremo Capo Branco: tutto sfumava davanti ai suoi occhi e veniva sostituito da un senso di vuoto e di malinconia.
Era stata convocata nel pomeriggio dal Colonnello Capo Oller per l’annuncio formale, ma erano appunto solo formalità: aveva già perso tutto quello che si era conquistata in generazioni di lavoro, senza quasi potersi difendere.
Mentre rimuginava su questa triste situazione, le arrivò un messaggio a priorità ‘allerta’: “Convocazione immediata presso il Col. Yaid - livello: 1, priorità: ora - fine messaggio.”
“Accidenti!”, esclamò Omicron, “era per oggi pomeriggio. Poi, cosa c’entra Yaid? È il responsabile per la sicurezza informatica, ed è stato appurato che la mia disgrazia non ha generato problemi di sicurezza. Cosa vuole l’Ingegnere da me? Un tecnico, un tecnocrate noioso, forse vuole solo farsi beffe di me prima dell’ufficialità… però... priorità ‘allerta - ora’... devo correre!”
Omicron si mise a correre, lungo la spiaggia, con l’aria del mare che le soffiava contro e le zampe bagnate dall’acqua salmastra del bagnasciuga. Il sole, filtrato dalla cupola protettiva, era piacevolmente caldo e la corsa sulla spiaggia le dava una sensazione indescrivibile di libertà e di appagamento.
“Godiamoci questa corsa”, pensò Omicron. “È bellissimo sentire le zampe sulla spiaggia bagnata e correre accanto alle onde… fra poco arriverò alla postazione di Yaid.”
Omicron giunse dal colonnello Yaid alla fine di una lunga corsa sulla spiaggia e dopo aver attraversato un boschetto e una radura. La dimora del colonnello era su un piccolo promontorio che, pur non essendo altissimo, dava visibilità alla maggior parte di Habaneria, potendo controllare da lì quasi tutti i confini della cupola geofisica di protezione.
Il colonnello era impaziente di vedere Omicron, e non appena la vide avvicinarsi alla postazione, le corse incontro.
“Omicron!”
”Signore!”, rispose il capitano.
Il colonnello continuò: “Non ti ho convocata per i tuoi problemi, anche se avrei piacere di conoscere qualche dettaglio in più, per poterti aiutare...”
“Figurati!”, pensava Omicron fra sé. “Per potermi aiutare… vecchio cagnaccio…”
“Ti ho convocata perché abbiamo un problema urgente... non so da dove iniziare…”
”Dall’inizio”, pensò Omicron, “è meglio dall’inizio…”, poi aggiunse: ”Signore, a Sua disposizione!”
“Ti ricordi quella notizia della supernova anomala?”
“Sì, certo, Signore, la stella Onaya, esplosa con radiazioni letali… ma è un problema che ci riguarderà fra circa 50.000 cicli solari.”
“È vero in parte. Una frangia di radiazioni si è infilata in un wormhole ed è riapparsa a pochi giorni dalla Terra!”
“Come? Con il dovuto rispetto Signore, non sta scherzando, vero? Non siamo pronti per affrontare neanche una piccola porzione di quelle radiazioni. La cupola non reggerebbe.”
“Ho convocato la Regina qui ora insieme agli ufficiali di alto rango, e te, che sei ancora un agente comandante per la difesa, anche se solo formalmente.”
Omicron tremava all’idea che anche la Regina fosse convocata... aveva paura di guardarla negli occhi, perché era stata accusata, anche se ingiustamente, di una grossa mancanza e sapeva di averle recato un grosso dolore, e ancora di più al Supremo Capo Branco.
“La ringrazio per la convocazione”, ribadì Omicron, “ma la cosa più urgente è trovare una soluzione immediata per l’incolumità degli abitanti. Cosa dicono i Centri di Controllo?”
“Negano il problema, di fronte all’evidenza, ma in realtà ho colto segnalazioni dal nostro sintonizzatore che parecchie astronavi Vediane si stanno muovendo dal centro di Naiesag. Stanno allontanando ufficiali e dirigenze, lasciando ignari e condannati gli abitanti non importanti. Anche dal Centro di Gaizah arrivano segnali di continui approvvigionamenti in upload di plasma, il che fa capire che c’è un forte movimento di astronavi. Non ho captato alcun segnale da Aitlani, ma proprio per questo ho ragione di pensare che abbiano inserito uno scudo magnetico per nascondere movimenti che potrebbero far impensierire la popolazione. La Regina è già al corrente di tutto questo, ma l’ho convocata qui per parlare con te insieme agli altri ufficiali.”
Nonostante il senso di panico che stava invadendo lentamente Omicron, dentro di sé tirò un sospiro di sollievo, in quanto la presenza di tutte le gerarchie di alto rango indicava che il ‘suo’ problema non sarebbe certo stato all’ordine del giorno. Una magra consolazione (del tipo ‘mi passa il mal di denti ma sto morendo di infarto’), comunque una consolazione e un po’ di respiro.
“La Regina!”, esclamo Yaid.
La Regina Alari entrò nella stanza seguita dagli ufficiali di alto rango. Era una Bichon Havanese maestosa. Una pelliccia bianca e nera lunga e pettinatissima, sulla testa un ciuffo di peli raccolti da un nastro d’oro, che le permetteva di fissare senza paura chiunque fosse davanti a lei con due occhi nerissimi e uno sguardo formidabile, e nello stesso tempo affettuoso. Era l’unica che aveva accesso diretto al Supremo Capo Branco, dal quale riceveva le direttive e le impartiva, in linea gerarchica, ai colonnelli e gli stessi ai capitani. Una coda perfettamente avvolta a toccare con la punta la parte inferiore della schiena. Un portamento da regina, quale era.
Alari si sedette con fare maestoso e formale davanti ai suoi ufficiali. I tre colonnelli si accovacciarono davanti a lei, e dietro di loro i cinque capitani fecero lo stesso, e dietro ancora alcuni tenenti. Ci fu un minuto di silenzio, lunghissimo, durante il quale, come era d’uso fra i Bichon Havanesi, si riconosceva la supremazia della Regina e il suo rango, e si prendeva consapevolezza del proprio rango e del privilegio di stare in riunione con Alari.
“Miei cari”, esordì la Regina, “credo che il Colonnello Yaid vi abbia già esposto, perlomeno in parte, e cioè in base alla sua limitata conoscenza, il grave problema che si è inaspettatamente posto davanti a noi. Ho interpellato il Supremo Capo Branco, indignato per quanto è successo a uno di voi (Omicron tremava vistosamente), ma che comunque mi ha indicato, nella Sua suprema saggezza, che Lui non avrebbe cambiato l’ordine degli eventi. D’altra parte, sorridendo, mi ha fatto capire - Lui che conosce il futuro - che noi Bichon Havanesi saremo in grado di trovare una soluzione a questo nostro problema. Nel frattempo, voglio che il Colonnello Yaid, il nostro esperto tecnologico, vi illustri l’unica possibile soluzione che abbiamo elaborato.”
Riprese la parola il Colonnello Yaid: “Grazie, Alari! Signori: non abbiamo molte possibilità. Purtroppo l’evento che dovevamo affrontare fra molte stagioni, a causa di un wormhole si è avvicinato improvvisamente al nostro pianeta. Per chi di voi non fosse ancora pienamente a conoscenza di quello di cui sto parlando, nella nostra galassia la stella Onaya è entrata recentemente in una specie di supernova. Questo è normale, direte voi. Il fatto è che non abbiamo ben capito tutti i dettagli di questa esplosione, ma abbiamo ragione di credere che essa non abbia avuto origine naturale. Riteniamo che gli esperimenti dei Vediani abbiano causato questo disastro. Dico questo perché l’emissione di radiazioni causate da questa esplosione è anomala ed estremamente dannosa per il sistema molecolare organico. La nostra cupola protettiva non potrà resistere all’impatto con queste radiazioni: si disintegrerà e si dissolverà come non fosse mai esistita. Quel che è peggio è che queste radiazioni provocheranno danni irreparabili a tutte le strutture molecolari organiche del pianeta. In poche parole saremo spazzati via, e chi di noi sopravviverà non sarà più lo stesso, ma subirà gravi danni strutturali. La stessa struttura molecolare verrà rovinata e modificata, sempre ammesso che qualcuno riesca a sopravvivere a tale impatto. L’intera vita del pianeta è a rischio, se non di estinzione, di radicale trasformazione.
I vari Centri di Controllo negano l’esistenza del problema, ma dai movimenti di astronavi che abbiamo rilevato in questi giorni abbiamo capito che sono invece ben consci della situazione.”
“Signore”, chiese il tenente Versen PTC. “Cosa possiamo fare, Colonnello? Vista la scarsità di tempo a disposizione, dobbiamo rassegnarci a soccombere?”
“No, tenente”, replicò Yaid. “Stavo arrivando alla soluzione, che avrei già iniziato a spiegare se lei non mi avesse interrotto!” (Versen abbassò la coda in segno di sottomissione).
“In così breve tempo”, continuò sospirando Yaid, “abbiamo potuto elaborare questo tipo di soluzione: stiamo salvando su file tutti i dati genofisiologici degli abitanti di Habaneria, uno per uno. Come sapete, questo tipo di elaborazione permette di memorizzare tutti i dati necessari per la ricostruzione dei geni e della struttura molecolare del cervello in un nuovo corpo, quando il corpo anziano deperisce e viene destinato all’ ‘allontanamento’. A un nuovo corpo di un cucciolo della famiglia dell’allontanato vengono inserite a livello midollare delle molecole per ripristinare  i geni dell'allontanato, mantenendo però le caratteristiche peculiari del nuovo cucciolo.
I miei tenenti stanno lavorando freneticamente nella creazione di file genofisiologici della popolazione. La Regina è già stata sottoposta al processo di duplicazione, e la sua struttura genofisiologica complessa ha richiesto particolare lavoro."
Nella mente degli ufficiali si stava sviluppando un turbinio di congetture e di supposizioni. Yaid, pure nella gravità della situazione, dentro di sé stava sorridendo, pensando alle menti in subbuglio degli ufficiali e alle loro congetture, che si esternavano in movimenti ritmici della coda ed in guaiti emotivi.
"Signori!", riprese il vecchio colonnello. "Mi rendo conto che siete impensieriti e state elaborando una miriade di domande da farmi, ma prima che le esponiate voglio anticipare alcuni dei vostri dubbi: come facciamo a ripristinare i file genofisiologici se nessuno di noi è presente per farlo? Se non ci saranno cuccioli, poiché tutti saranno morti o comunque non nasceranno cuccioli adatti e in linea genocompatibile, a chi verranno ripristinati i file? Anche se riuscissimo a ripristinare dei file, come faremo senza la cupola geofisica protettiva? Saremo esposti alla barbarie di eventuali superstiti, magari armati ed affamati". Un guaito emotivo scosse Yaid, al solo pensiero di quanto aveva appena espresso.
"Ecco la mia - scusi Regina! - la nostra soluzione: a uno di voi qui presenti verranno duplicati i file genofisiologici, come agli altri, con però delle aggiunte fondamentali. I file verranno inseriti in un programma autoeseguibile; questo programma monitorerà, con un ritardo di almeno 10.000 cicli solari, la presenza di Bichon Havanesi compatibili con uno di voi – quello responsabile di tutta l’operazione - e non appena verrà individuato un protocollo di geni compatibile, i geni del cucciolo e quelli dei suoi file inizieranno a comunicare e comincerà il processo irreversibile del suo inserimento nel nuovo cucciolo. Il ripristino verrà attivato quando il cucciolo avrà compiuto due cicli solari di vita. In condizioni normali non sarebbe in grado di fare altro, se non di vivere la sua nuova vita, ma invece in queste circostanze verrà dotato di strumenti digitali particolarmente potenti. Avrà la strumentazione per rilevare cuccioli genocompatibili prima di tutto con altri due, che dovrà ripristinare per primi e che faranno parte della sua squadra. Questa tecnologia avanzata non ci è mai servita, ad Habaneria, in quanto i cuccioli delle famiglie degli allontanati erano e sono sempre genocompatibili e potevano essere facilmente reinstallati dalla mia squadra di lavoro. In questo caso invece sarà l’agente scelto ad avere il controllo di svariati file. Il suo compito fondamentale è quello di reinstallare la Regina Alari,  e successivamente con l'aiuto della Regina stessa, tutti gli altri abitanti di Habaneria. Tenete presente che per reinstallare la Regina bisognerà confermare l’impulso di almeno due di voi; non sarà sufficiente un singolo impulso come per gli altri abitanti. Una volta ripristinata Alari, sarà possibile la ricostruzione della cupola protettiva. Solo la Regina ha questa capacità, e quindi dovrete resistere senza aiuto almeno fino al ritorno di Alari. La Regina ha poi dei file ulteriori che vi appartengono, e che vi saranno dati non appena sarà stata ripristinata.”
I due colonnelli e i cinque capitani si guardavano e si annusavano l’un l’altro, per cercare di capire a chi toccasse questo compito insidioso e onorevole. La Regina, che fino a questo punto aveva permesso a Yaid di esporre il piano, prese la parola e disse: “Presumo che, dal modo in cui vi guardate e vi state annusando, vi stiate chiedendo a chi toccherà questo compito gravoso ed estremamente importante. Purtroppo possiamo dare questo incarico solo a tre di voi, perché non vi è tempo sufficiente per generare questo tipo di file per più Bichon. Io non ci sono fra questi tre, proprio perché sta a loro difendere e tutelare il Regno di Habaneria, proteggendo la Regina e facendo in modo che essa possa ritornare a regnare sotto la guida e l’approvazione del Supremo Capo Branco. Io non sarei in grado di resistere e i file regali sono troppo importanti perché vadano persi.
I tre Bichon Havanesi da me designati per questo importante compito sono:
Capitano Omicron QK – Responsabile Capo Squadra dell’Operazione Habaneria ed equipaggiato di file autoeseguibili.
Tenente Versen PTC: di supporto al Capitano.
Tenente Massai EMM: di supporto al Capitano.

I tre Bichon Havanesi si guardarono e cominciarono a guaire ed ululare sia per gioia che per l’emozione dell’incarico. Per un lungo momento tutti i Bichon presenti, inclusa la Regina, abbaiarono e scodinzolarono festosamente, all’idea che era stata trovata una soluzione per la continuità di Habaneria.
“Regina”, chiese il capitano Omicron, “perché noi? Con il dovuto rispetto, ci sono fra noi presenti Bichon Havanesi di rango molto più elevato, quindi, perché noi?”
“In questo caso non è una questione di rango, e nemmeno di merito, Omicron! E lo sai bene questo…”. Omicron si accucciò per terrà e si girò in segno di sottomissione.
“Rialzati, Capitano!” riprese la Regina. “Voi tre siete quelli con più esperienza di combattimento, addestramento alla sopravvivenza, ai campi militari. Omicron! Tu sarai la comandante di questa squadra: da te dipenderà la sopravvivenza della comunità di Habaneria. Sei stata addestrata per i campi Vediani, ti sei introdotta clandestinamente fra le milizie Iberiane e fra i Cani Cacciatori, conosci tattiche di sopravvivenza più di tutti gli altri messi insieme. Non sarà facile, perché non sappiamo quando il tuo pacchetto di file riceverà il segnale di presenza genofisiologica compatibile. Assumerai un corpo Bichon Havanese in una qualsiasi parte della terra, e DOVRAI sopravvivere! Riceverai dei segnali di presenza dei tuoi due tenenti, o meglio di cuccioli genocompatibili con loro, li dovrai cercare e… Yaid, per favore, continua tu. Queste cose troppo tecniche mi intristiscono!”, disse la Regina con uno sbadiglio.
“Certo, mia Regina!”, rispose prontamente il colonnello. “Omicron! Ascoltami bene: avrai a tua disposizione un pacchetto di programmi infoorganici da invidia, ma sarai sola. Non abbiamo la più pallida idea di quando avverrà la tua trasposizione. Come dicevo prima, abbiamo tarato il rilevatore a 10.000 cicli solari, per assicurare che queste maledette radiazioni abbiamo finito il loro effetto, ma potrebbero passare dieci volte 10.000 cicli, o più. Attenzione però, tu non te ne accorgerai, perché non appena questa radiazione avrà causato il tuo allontanamento corporale, immediatamente ti ritroverai nel nuovo cucciolo, e per te non sarà passato neanche un secondo. Il tuo vecchio mondo non esisterà più e dovrai combattere per la tua sopravvivenza. Quasi sicuramente dovrai farti degli alleati, che non dovranno assolutamente conoscere i segreti di Habaneria. Sarai molto generica nel descrivere il tuo compito. Solo quando avrai completa fiducia - e i tuoi addestramenti militari e di combattimento ti hanno insegnato cosa vuol dire completa fiducia -  potrai confidarti con i tuoi alleati, ma solo per ottenere il risultato finale della ricostruzione di Habaneria. Il tuo cervello riconoscerà i segnali dei tuoi tenenti, e soprattutto il segnale di riconoscimento della Regina. Non dovrai interpretare: lo farà direttamente il tuo cervello, automaticamente. I corsi e gli esami che hai sostenuto di HOIS, l’informatica organica, ti aiuteranno ad interpretare e a leggere la natura che ti circonderà, che se anche molto diversa da quella di Habaneria, sarà però comunque organica.
Una cosa importante: per ripristinare la Regina dovrete agire almeno in due contemporaneamente. Non sarà quindi possibile avere la Regina con uno solo di voi, e se uno di voi verrà eliminato, i due sopravvissuti condivideranno i file della Regina. Se un secondo di voi muore, l’intero pacchetto di file verrà passato al sopravvissuto, che agirà da solo nel ripristino della Regina non appena avrà trovato un genocompatibile.”
“E…”, sussurrò Omicron, “se veniamo eliminati tutti e tre?”
“In quel caso”, ribadì Yaid, “sarà la fine di Habaneria e di qualsiasi speranza di ripristino del nostro Regno. Ma non sarà facile eliminarvi. Siete addestrati alla sopravvivenza e alle peggiori situazioni che vi possano capitare. Omicron, non appena i file entreranno in autoesecuzione, ti apparirà immediatamente tutta una serie di istruzioni e di spiegazioni, quindi è inutile che ora mi dilunghi a spiegarti cose che al momento non ti servono. Avrai tutto in memoria immediatamente accessibile. Il tuo primo compito sarà quello di stabilizzare la tua presenza e di iniziare la ricerca di almeno uno (meglio se entrambi) dei tuoi compagni di squadra. Il resto lo saprai poi. Un’ultima cosa: ci vorrà tempo per trovare un cucciolo per te, perché i tuoi file autoeseguibili hanno bisogno di una corrispondenza precisa, ma quando tu sarai attivata gli altri tuoi compagni e la Regina ti appariranno molto presto.”

Capitolo 3


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